Madonna della Neve
La
grande casa Tanteri a Canneto è un esempio di interessante
stratigrafia architettonica. Essa si presenta con l'aspetto massiccio
d'una ricca casa rurale dei primi del secolo, allargata su due
bracci disposti ad L e in cui l'intonaco rossiccio delle facciate
non dissimula completamente l'antico impianto di pietra viva.
Fino a qualche tempo fa la casa fu anche il
centro d'un attivo frantoio d'olio che servì dapprima alle
esigenze dei vasti possedimenti fondiari dei Tanteri e più
tardi a quelle della comunità. Si presenta dunque con l'impianto
d'una casa-fabbrica (usuale in queste zone).
E come molti di questi impianti esso deriva
dalla riutilizzazione di una struttura preesistente. Quella d'un
convento.
I conventi furono terreni privilegiati per
l'installazione dei primi stabilimenti di trasformazione dei prodotti
alimentari (oleifici, frantoi, molini, ecc.), per più ragioni:
innanzi tutto essi sorgevano spesso su un salto d'acqua che permetteva
l'utilizzazione di essa come energie idraulica, poi la dislocazione
degli spazi era favorevole ad un loro facile adattamento a magazzini
e a locali di lavorazione; infine la struttura massiccia delle
loro architetture si prestava bene all'uso intensivo che si intendeva
fare di esse.
Anche la casa-frantoio Tanteri dunque prese
il posto d'un convento benedettino presente a Canneto fin dalla
fine del medioevo e la cui cappella detta della Madonna della
Neve, meta di particolare devozione popolare conserva due serie
di affreschi, abbastanza interessanti per quanto di non eccelsa
fattura, alcuni ancora in discreto stato di conservazione, altri
in stato di avanzato abbandono.
Dei
due gruppi d'affreschi il primo risale probabilmente al XV sec.,
il secondo al XVII sec.
Il gruppo d'affreschi quattrocenteschi, che
raffigurano prevalentemente immagini di Sante, presenta forti
reminiscenze gotiche nello stile dei dipinti, caratterizzati da
figure allungate, da mano con le dita affusolate, da tratti dei
volti minuti, da dolci ondulazioni nei veli e nelle pieghe delle
vesti e da un incedere delle figure diritto e pieno di dignità.
Il pittore che dipinse queste immagini tuttavia non doveva essere
un maestro ma piuttosto uno dei tanti pittori di cappelle e di
chiese che, ambulanti offrivano i loro servigi alle piccole comunità
di campagna; il suo stile è infatti incerto, arricchito
da tecniche e tentativi di preziosismo che non sempre sa padroneggiare
fino in fondo come nello scorcio del braccio sinistro del S. Benedetto,
molto incerto e maldestro nella sua impostazione spaziale.
Alla metà del '400, all'epoca in cui furono dipinti questi
affreschi, le prime regole della prospettiva cominciavano ad essere
codificate dai grandi maestri del primo umanesimo. Forse un'eco
di queste nuove tecniche giunse anche al nostro modesto pittore
che in certe figure cerca di impostare una ricerca della profondità
di campo, ottenuta con mezzi molto elementari, come lo scorcio
del libro tenuto in mano da S. Benedetto. Forse l'occasione che
spinse il popolo di Canneto a commissionare questo primo ciclo
di affreschi fu l'adempimento di un voto per il pericolo di una
guerra e di una incursione banditesca alla quale il paese sarebbe
sfuggito.
Infatti,
nel dipinto centrale del ciclo, che raffigurano una Madonna con
il bambino, alle spalle delle vergine si erge, un muro merlato
dietro il quale si levano due cipressi e sotto alla predella si
sviluppa una scena d'assedio.
L'insieme è tutto pervaso da una grazia ingenua
che i colori tenuti del dipinto hanno conservato in pieno e che
viene ripresa ed elevata al suo massimo grado nel cantaro ricolmo
di frutti al centro di una cornice di rami d'acanto e di uccelli
che sovrasta la nicchia con il dipinto della vergine.
E' l'antichissimo motivo eucaristico del cantaro paradisiaco,
racchiuso tra i rami d'acanto e di vite, simboli della salvezza
e della prosperità agreste, reso qui con una maestria nell'uso
del chiaroscuro che fa perdonare al nostro ignoto pittore le ingenuità
prospettiche degli altri suoi affreschi.
Più ricca di particolari, giocata su
tinte forti e cariche, opulenta nella forme dei personaggi, è
la seconda serie di affreschi, databile alla seconda metà
del XVII sec.
Al
di sopra dell'altare maggiore della Cappella, è effigiata
la scena che dà il titolo alla chiesa:
su una vasta pianura circondata da monti alberati, cade la neve
e disegna sul terreno la planimetria a croce dello spazio su cui
dovrà essere eretta la cappella alla Madonna la quale osserva,
assisa su una nuvola, la scena, attorniata da angeli musicanti.
L'impianto compositivo del paesaggio, composto ed austero, è
ancora cinquecentesco. Tuttavia la figura, regale e maestosa della
vergine, adorna di vesti rigonfie di panneggiamenti è barocca
e rimanda ad una tipologia classicista e un pò leziosa.
Anche le figure degli angeli, aggraziate e leggere, mostrano riminiscenze
raffaellesche di gusto tardo seicentesco.
Anche in questo ciclo la mano dell'artista
non dovette essere eccelsa. Uno dei caratteri della pittura tardo
rinascimentale e barocca è il rapporto tra figura e paesaggio
e questo rapporto è qui risolto in maniera ingenua ed approssimativa,
come nel dipinto dell'Immacolata Concezione nel quale su uno sfondo
montagnoso, sopra ad una vallata percorsa da una strada a serpentina
e chiusa da una torre di guardia e da alcuni alberi frondosi,
la Madonna appare su una falce di luna.
Il paesaggio però per quanto grossolano e mal risolto nell'inserimento
(che falsa le sue dimensioni della figura della Vergine) è
arioso e comunica un senso di pace agreste che si ritrova anche
nella vicina immagine della Madonna che schiaccia il serpente
in cui, tra le quinte d'un gruppo d'alberi, la Vergine appare
come su un piccolo palcoscenico, e calpesta un grosso drago.
In lontananza un templietto pagano dà alla scena un tocco
di colore locale.
Più sobrie invece le immagini di Sant'Agata
e di Santa Lucia, ambedue dipinte con i segni del loro martirio
(la rima con i seni tagliati, la seconda con gli occhi su un piatto),
in un'atmosfera di crudo realismo.
Lo schema delle due figure, per quanto reso in maniera provinciale
attinge ai grandi modelli rinascimentali e ci testimonia del modo
con cui gli stimoli dei grandi maestri operanti nella non lontana
Roma, venivano recepiti dagli umili mestieranti senza nome e senza
storia che hanno lasciato la loro traccia in questa come in tante
altre cappelle delle campagne sabine.